Sconfiggere tutte le povertà

Agenda 2030: obiettivo 1 07 giu 2021

«In una libera società aiutare i molti che sono poveri è un dovere civile e morale», furono le parole pronunciate da John Fitzgerald Kennedy subito dopo aver prestato giuramento come 35° presidente degli Stati Uniti. Un passaggio fondamentale in un discorso che Kennedy improntò sul concetto di «cittadinanza attiva», che designa «la capacità dei cittadini democratici e informati di affrontare obiettivi di primo interesse del vivere comunitario».

Una definizione che, traslata a livello globale, si concilia perfettamente con i 17 obiettivi fissati per lo sviluppo sostenibile che costituiscono l'Agenda 2030. Che si apre con l'obiettivo forse più ambizioso: «Porre fine ad ogni forma di povertà nel mondo». Un obiettivo da approfondire, per scongiurare un approccio remissivo di quanti possano considerarlo alla stregua di un'espressione banale, inquadrando per prima cosa la parola povertà. Il concetto di povertà va ben oltre la mera mancanza di guadagno: universalmente designa la condizione in cui non si è in grado di soddisfare i propri bisogni fondamentali quali cibo, assistenza sanitaria, accesso all'acqua, all'igiene e all'istruzione. Ma la condizione di povertà rende le persone più vulnerabili principalmente sotto due aspetti. Il primo relativo alle crisi economiche e politiche. La povertà costituisce anche il substrato ideale per lo sfociare della violenza e la nascita di totalitarismi.

Il secondo, di stringente attualità, è relativo alle problematiche ambientali, crisi climatiche ed ecologiche. A risentirne maggiormente sono i paesi in via di sviluppo, Asia meridionale e Africa subsahariana, a causa di una povertà diffusa, della posizione geografica e della dipendenza da un'agricoltura basata sulle piogge. Proprio in queste due regioni è concentrata la stragrande maggioranza delle persone che vivono con meno di 1,25 dollari al giorno, in quella che l'Onu definisce condizione di povertà estrema. Una condizione che ad oggi riguarda 836 milioni di persone, pari a circa l'11% della popolazione globale. Una percentuale che sfiora il 17% se consideriamo le persone che ogni giorno guadagnano poco più di 1,25 dollari.

A questi due dati, dovremmo aggiungere quello relativo ai milioni di persone alle quali il fantasma della povertà avrebbe cominciato a materializzarsi. Per la prima volta, infatti, dopo decenni di lenta e progressiva riduzione, si stima che nell'ultimo anno la povertà estrema sia aumentata tra l'1,2% e l'1,5% a seguito dello scoppio della pandemia. Secondo quanto riportato dalla Banca mondiale nel recente rapporto "Poverty and shared prosperity 2020: Reversals of fortune", la pandemia di Covid-19 nel 2020 avrebbe fatto piombare nella povertà estrema tra gli 88 e 115 milioni di persone, a cui andranno ad aggiungersi altri 23/35 milioni nel corso del 2021. Numeri che fanno scemare severamente le percentuali di realizzazione del primo obiettivo previsto dall'Agenda Onu.

Ulteriormente minacciato dalle fosche prospettive del World poverty clock, che ammonisce come nel 2030 i poveri a livello globale sfioreranno il miliardo di persone. L'obiettivo n°1 non potrà, dunque, essere raggiunto se non attraverso una più decisa e poderosa azione politica globale. In questa direzione c'è da segnalare come l'impegno dei maggiori Paesi donatori europei a sostegno della cooperazione sia cresciuto nel 2020, come testimoniano i nuovi dati Ocse diffusi da Oxfam: oltre 72 miliardi di dollari in aiuti ai Paesi poveri provengono dai 19 maggiori donatori europei, 161 miliardi dal totale dei paesi Ocse. In controtendenza l'Italia, che ha tagliato di ben 270 milioni i fondi dell'aiuto pubblico allo sviluppo (Aps). Come fa notare Oxfam, sono solo 6 i paesi che centrano l'obiettivo dello 0,7%, in linea con gli impegni presi in sede internazionale nel 1961 e con gli obiettivi dell'Agenda 2030: Svezia, Norvegia, Lussemburgo, Danimarca, Germania e Regno Unito (nonostante abbia ridotto il proprio impegno).

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