Di Chiara Roverotto

Le donne d'impresa e scienza

Il libro 09 giu 2021
L'autrice del libro, Giada Palma, 32 anni L'autrice del libro, Giada Palma, 32 anni

«L’estate scorsa, in piena pandemia, ho sentito l’esigenza di reagire al clima di incertezza, alla solitudine e alla precarietà. Volevo guardare altrove e parlare di qualcosa di bello. Quasi per caso ho scoperto che esiste un premio europeo per le donne che innovano. Ho contattato le finaliste proponendo un’intervista e la loro risposta è stata immediata ed entusiasta. Sono racconti che parlano di una grande forza, resilienza, serietà. Racconto storie molto diverse tra loro, eppure ho percepito una grande comunanza tra queste donne, come se le tante strade percorse sottendessero un’etica e una visione condivise. Nelle loro parole ho letto un’aspirazione, che credo diventerà trainante ne i prossimi anni, verso un mondo più “giusto” e più “umano” o, come dicono meglio gli inglesi, humane». Giada Palma, 32 anni una laurea in giurisprudenza e una in dirittura d’arrivo in matematica - è nata a Zevio nel Veronese e vive a Vicenza da molti anni - è al suo primo libro: “Donne che innovano” (acquistabile su Amazon) scritto nel corso del 2020, è tradotto anche in inglese. «In realtà le storie dovevano essere 21 visto che il libro è uscito da pochi giorni, ma alla fine una delle donne ha preferito ritirarsi. Ho scelto scienziate, imprenditrici che utilizzano semplicemente il potenziale offerto dalla tecnologia per generare un impatto a livello globale, contribuendo a ridisegnare il nostro futuro. Ho trovato figure straordinarie che, giorno dopo giorno, avanzavano nel loro ambito, creando nuove tecnologie o sperimentando modelli di business più sostenibili».

Le 20 donne ritratte sono - come spiega l’autrice- imprenditrici e scienziate che vivono e lavorano in Israele, Turchia, Svezia, Norvegia, Spagna, Austria, Germania, Lituania, nei Paesi Bassi e, ovviamente, in Italia come l’imprenditrice napoletana Gabriella Colucci titolare di un’ azienda biotech per l'industria cosmetica e agricola già quotata in Borsa; e due giovani donne marchigiane, Menozzi e Michelangeli, che fanno ricerca nel campo biomedico sul trattamento delle ferite di difficile rimarginazione utilizzando il sangue del paziente.

 

Che impressione le hanno fatto?
Nonostante avessero un background diverso e provenissero da generazioni differenti, ho parlato con donne di 60-65 anni e con giovani scienziate di 24, avevano molto in comune: l’attenzione verso ambiente, la sostenibilità anche in ambito sociale e una grande attenzione nella cultura d’impresa che punta molto sulla storia e sulla cultura.

La vicenda che l’ha colpita di più?
Non una, ma tante e diverse per intenti e specificità. Diciamo che alcuni racconti li ho sentiti più vicini al mio carattere e alla mia visione del mondo. Sottolineare le differenze e il modo che ciascuna di loro offre per fare impresa aiuta a comprendere quali sono i meccanismi che muovono le donne. Forse a colpirmi di più è stata la storia di una israeliana che trasforma il moto ondoso in energia elettrica con un sistema di galleggianti totalmente riciclabili e sostenibili. Inna Braverman è nata in Ucraina vicino a Chernobyl quando ci fu lo scoppio della centrale nucleare: all’inizio la diedero clinicamente morta, poi la madre, che era un’infermiera, riuscì a riportarla lentamente alla vita. Ecco, lei che da bambina poteva essere una vittima dell’energia prodotta dal nucleare, ora dedica la sua vita a trovare altri modi di produrre e ci riesce.

Le hanno parlato di problemi di genere o di altri impedimenti nel portare avanti le loro imprese?
Certo, si è parlato di glass ceiling, il cosiddetto soffitto di cristallo che si frappone come fosse un ostacolo di natura sociale, culturale e anche psicologico. Mi hanno detto che gli uomini preferiscono scegliere persone dello stesso sesso perché si assomigliano di più. E poi barriere culturali, ma c’è anche la consapevolezza che per creare la parità di genere sia necessario partire dall’infanzia. Questo dovrebbe essere uno degli imperativi delle nuove generazioni.

Che cosa cercava in queste imprenditrici e scienziate?
La passione, la dedizione, l’ingegno. Volevo diventassero un messaggio di speranza e di valore in una fase nella quale siamo tutti vittime della paura, della recessione. Loro rappresentano il coraggio non solo per le loro azioni ma anche per la loro audacia. Con linguaggi diversi e con sensibilità differenti ho trovato persone attente, desiderose. Cercano di far sì che il mondo migliori e che quest’azione possa avere un impatto sul maggior numero di persone. Dietro a ciascuna di loro ci sono studio, ricerca, creatività, una delle forme d’arte più sottovalutate sotto il profilo imprenditoriale perché in ogni azienda c’è un processo creativo che può solo essere considerato alla stregua di un’opera che parli di arte.

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