Di Giulia Armeni

Economia circolare, la sfida sostenibile voluta da Confindustria

Dalla parte delle imprese 09 giu 2021

A Roma è stato istituito il ministero della transizione ecologica e a Vicenza un referato alla sostenibilità e all'economia circolare. Deleghe dal peso specifico non trascurabile quelle affidate al neo vicepresidente di Confindustria Armido Marana, eletto nella squadra della presidente Laura Dalla Vecchia. Perché senza sostenibilità non c'è futuro. E senza futuro non c'è impresa.

 

In Confindustria una delega alla sostenibilità, all'economia circolare e all'ambiente non c'era mai stata. Si tratta di una svolta?
Certamente è stata istituita con questa presidenza, ma va detto che Confindustria ha sempre portato avanti attività rivolte alla sostenibilità e all'economia circolare, che è un concetto molto trasversale. Talmente tanto che, pur non essendoci una delega precisa, io stesso me n'ero già occupato in commissione scuola, di cui faccio parte da un anno. Mancava solo la denominazione specifica, possiamo dire.

 

Le imprese vicentine quanto sono sostenibili?
Ritengo che siano ad un buon punto. Se pensiamo ad esempio alla valle dell'Agno negli anni Settanta e Ottanta, con un'industria fortemente invasiva che era un pugno in un occhio, oggi al contrario è il simbolo di una bella industria, divenuta un fiore all'occhiello per il territorio. Questo perché c'è stata un'evoluzione che ha coinvolto tutta la manifattura.

 

Cosa si può fare per convincere anche le aziende più scettiche?
La prima cosa che intendiamo fare in questo mandato è fotografare la situazione, fare una mappatura. Un'operazione che va eseguita utilizzando parametri uguali per tutti, standard riconosciuti. Ma non ci interessa dare un voto, solo capire dove sono le nostre aziende e dove potrebbero andare. Le certificazioni del resto servono a quello, a predisporre piani di miglioramento.

 

La sostenibilità dovrebbe entrare nei bilanci?
Questo è un tema di cui si sta dibattendo da anni. Far entrare nei bilanci valori e asset che di fatto sono intangibili. Qualcosa come i brevetti, gli avviamenti, tutto ciò insomma che non sono capannoni, macchinari e quei prodotti appunto tangibili. E qui entra in gioco il concetto dell'analisi dei rischi e il rapporto di fiducia. Dopo la crisi del 2008, per esempio, scoprimmo come per le banche, all'improvviso, quei capannoni e quei macchinari non avessero più il valore di un anno prima. Oggi, dopo il Covid, abbiamo la dimostrazione che non si può prevedere tutto. E infatti anche i grandi fondi internazionali hanno adottato un nuovo rating, Esg, Environmental, Social and Governance, che dovrebbe aiutare a prevedere le performance finanziarie tenendo conto, tra le altre cose, di brand reputation e capacità di gestire difficoltà e imprevisti.

 

Un vero salto culturale.
Sì, soprattutto per chi non è un grande gruppo o una grossa società strutturata, per i quali questi concetti sono quasi obbligatori. Ecco, dobbiamo fare in modo che Confindustria diventi un punto di riferimento per dibattere di queste tematiche e mi piacerebbe aiutare le piccole e medie imprese a raggiungere i target di sostenibilità per metterle nelle stesse condizioni delle maggiori. Per molte realtà poi, non significa altro che "istituzionalizzare" secondo standard riconosciuti valori - il rispetto, l'onestà - che fanno già parte del dna aziendale.

 

In questo senso una spinta la daranno nuove figure professionali, come il sustainability manager?
Sì, è il caso del percorso proposto dal nuovo Its per la sostenibilità nella moda in partenza a Valdagno, ad esempio. Se però le grandi aziende hanno tutte un professionista di questo tipo, per le piccole possiamo pensare anche ad una condivisione, in modo che questa funzione possa assistere più realtà.

 

Qual è la sua visione sullo smartworking "esploso" con la pandemia?
Indubbiamente è uno degli aspetti positivi di questo periodo, ma attenzione: siamo animali sociali e lo smartworking dev'essere una delle possibilità. Per certi impieghi è sfruttabile, per altri evidentemente no. Se può aiutare a conciliare vita e lavoro, ben venga: se ho problemi con i figli ad esempio, ora non ho alternative se non chiedere un permesso o ferie. Allo stesso tempo però, ricordiamoci che a Milano hanno chiuso interi uffici che non riapriranno più. Insomma, va gestito bene e di questioni da affrontare con i sindacati ce ne sono.

 

Che ne pensa della plastic tax?
È inutile. Io sono un "plasticaro" (amministratore di Ecozema, è vicepresidente di Assobioplastiche, ndr) ma è davvero stata fatta male, per fare cassa per il reddito di cittadinanza e quindi non serve a nulla, anzi, fa solo danni. Dobbiamo parlare di "Plastics strategy" a livello europeo, non di plastic tax, che colpisce solo gli imballaggi e non reimmette risorse a favore della filiera. Per come è stata proposta, si pone come le accise sulla benzina, qualcosa di populista.

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