Il lavoro diventa agile tra balzi di efficienza e il rebus della socialità

Smart working 20 giu 2021

Lavoro intelligente, telelavoro, lavoro agile, lavoro a distanza, lavoro da remoto. In una parola, smartworking. Una di quelle che più si è imposta nel nuovo dizionario della pandemia ma che, come sempre accade, nasconde molti significati e interpretazioni. Perché trasferire il proprio impiego dall'ufficio al salotto non è uguale per tutti. Inviare mail, fare telefonate, contattare i clienti, eseguire analisi, redigere fatture, preparare una planimetria può essere solo apparentemente facile tra le mura domestiche. Chi ha una zona da adibire a studio o una casa ampia, è facilitato. Chi risiede in un piccolo appartamento, magari da dividere con partner ugualmente "smart" e figli in Dad, rimpiange la scrivania aziendale. Così come le chiacchiere tra colleghi, il caffè alla macchinetta o al bar, il senso di "libertà" una volta terminato il turno.

Tra i rischi della smaterializzazione delle professioni, oltre al fattore sociale e comunicativo, c'è quello del "burnout" (letteralmente "bruciato"): un esaurimento emotivo, mentale e fisico provocato dall'eccesso di lavoro. Che poi è uno dei rischi dell'agilità professionale: potendo lavorare quasi ovunque, siamo sempre, costantemente, raggiungibili, che sia per telefono, mail, chat, videochat. Senza contare poi il trauma inferto all'indotto legato agli uffici: bar, ristoranti, palestre e attività da pausa pranzo, tutto bruscamente stoppato. In alcuni casi definitivamente. Luci e ombre della nuova frontiera dei mestieri su cui si concentra l'attenzione degli esperti di diritto del lavoro. A cominciare dalle differenze - tante - tra smartworking in emergenza e non in emergenza: la principale è che nella prima ipotesi il lavoratore non può scegliere, nella seconda sì.

«Smartworking vuol dire tante cose, vuol dire telelavoro, vuol dire organizzazione aziendale - sottolinea l'avvocato giuslavorista Luca Graldi, dello studio legale associato Vis - se dovessimo dare un giudizio di massima su questo periodo direi che mediamente è stato uno strumento sfruttato bene, ma criticità ne abbiamo rilevate, già solo se pensiamo alle incombenze poste a carico dei lavoratori, dall'utilizzo della rete agli antivirus, dall'installazione di terminali fino all'effettiva compatibilità dell'abitazione con il lavoro svolto». Di buono c'è l'accelerazione in termini di conciliazione vita privata-lavoro, per entrambe le parti. «Molti imprenditori hanno avuto la possibilità di sperimentare qualcosa che si riteneva impossibile e cioè che si può non "controllare" il dipendente e che questo, anche se non sta a due metri dal capo, lavora ugualmente». Anzi, magari pure meglio: «Sì perché si abbattono tempi come quelli per gli spostamenti e quindi si riesce a produrre reddito anche senza muoversi dal proprio domicilio».

L'altra faccia della medaglia è però il crollo delle relazioni: «Per tante persone lavorare da casa si traduce in povertà sociale e culturale, non c'è contatto, ma non ci sono nemmeno quegli elementi di leggerezza, conoscenza ed esperienza che il team regala quasi senza accorgersene». Stare da soli, si sa, è alienante e per i più fragili deprimente.

L'ideale allora sarebbe prendere il meglio dello smartworking: «Magari tre giorni in ufficio e due a casa e, anche in azienda, spazi ripensati, non più postazioni chiuse ma aperte, sul modello coworking».

Le regole perché il lavoro intelligente diventi un supporto sia per la produttività che per il welfare, per l'avvocato Graldi ci sono già: «Le norme le abbiamo, quello che serve è un'attitudine organizzativa, un'immagine aziendale che lo renda possibile». Ciò che si registra, tra gli effetti del lockdown e della serrata di molte attività, è intanto il calo dei contenziosi di lavoro: «C'è da supporre che ripartiranno a luglio, dopo la fine del blocco dei licenziamenti, durato un anno e mezzo. Mai nella nostra storia c'era stata una sospensione così lunga, staremo a vedere cosa accadrà» conclude Graldi.

E se, come potrebbe succedere, le "ombre" dello smartworking diventeranno materia di controversia. Intanto, nel decreto Sostegni bis entra la norma anti-licenziamenti voluta dal ministro del Lavoro Andrea Orlando, che proroga il blocco fino al 28 agosto per le aziende che chiedono la cassa Covid entro giugno. Un modo per attutire l'impatto della fine dello stop, che potrebbe generare traumi di proporzioni incalcolabili.

Dal primo luglio, inoltre, le aziende che utilizzano la cassa ordinaria non dovranno pagare le addizionali e non potranno licenziare mentre utilizzano la cassa integrazione. Per quelle che avranno lo sblocco, in presenza di un calo di fatturato del 50% sarà possibile invece stipulare un contratto di solidarietà che porta la retribuzione al 70%, ma l'impresa deve impegnarsi in sede di accordo collettivo al mantenimento dei livelli occupazionali. La riduzione di orario viene innalzata portando la riduzione media massima all'80% e la riduzione complessiva massima al 90%.

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